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QUANDO GLI STRANIERI SIAMO NOI: ARIANNA IN ETIOPIA

Dopo ripetute esperienze come volontaria in Africa, ho deciso di far conoscere questo continente dalla terra rossa anche a mia figlia. Ero stata nella regione del Gurage, in Etiopia, a marzo 2013 e avevo studiato, in quell’occasione, ogni dettaglio per valutare la fattibilità di questa esperienza. In accordo con le suore che gestiscono la missione, avevamo deciso che la piccola avrebbe frequentato la baby class nella loro scuola, accanto al mio ospedale.

Programmare un viaggio in Africa in una missione cattolica è stato abbastanza semplice, ma non è stato altrettanto semplice spiegare al resto della famiglia le motivazioni che mi hanno spinta a realizzare questo desiderio.

Vedere e vivere l’Africa per me ha sempre significato imparare a guardare all’essenziale: sembrano ragionamenti banali, ma in questa terra così bella ed apparentemente inospitale si respira il senso della vita vera.

Lo spirito di questa gente e la dignità con cui vivono la loro estrema povertà non può che insegnarci a rivalutare che cosa veramente è importante e cosa rappresenta il superfluo. E non basta parlarne, non bastano i servizi in televisione, non basta sistemare la propria coscienza con qualche piccola donazione magari a Natale, così ci sentiamo più buoni, bisogna esserci, bisogna vivere con loro per provare a capire.

L’esperienza di Arianna è stata incredibilmente bella, non so se lo sarà anche per lei nel ricordo, spero di si, ma per me ha rappresentato la presa di coscienza di come, senza accorgercene, educhiamo i nostri figli all’egoismo, all’inutile, di come rendiamo le generazioni future egocentriche, rivolte solo al sé, incapaci di capire o anche solo di accettare la diversità.

Inizialmente sembrava che la piccola Arianna avesse paura di entrare in contatto, anche fisico, con il diverso, con queste persone “marroncine”, con i “bambini che stamattina non hanno fatto la doccia”. Ho avuto momenti di scoraggiamento, sembrava un’impresa impossibile, invece ecco l’importanza di esserci, di toccare con mano: il rapporto bellissimo con le suore missionarie, in particolare con Francesca e Marta, l’amicizia nata con la piccola Anna, anche lei marroncina e timida, figlia della cuoca della missione, che abbiamo reso felice come una principessa con un paio di piccoli vecchi sandali rossi con il fiocco.

Vederle prendersi per mano, abbracciarsi, giocare con le bambole, discutere in chissà quale lingua e comunque capirsi, tutto questo mi ha ripagato di qualunque sacrificio, del lungo viaggio, dell’acqua che spesso non c’è, non solo da bere ma anche per lavarsi, delle discussioni per realizzare il mio sogno africano con mia figlia.

Arianna ed Anna che giocano mano nella mano sono la realizzazione di una favola, la mia favola.

Intercultura può essere solo una parola, ma può essere la vita, ed è la mia vita, insieme, spero, a mia figlia.

Possiamo spendere migliaia di parole nel nostro bel salotto di casa sull’importanza di aiutare il prossimo, pur pensando che “mangia le formiche”, possiamo donare per le feste comandate, lavandoci le mani dopo aver toccato quelle del “diverso”, possiamo pensare che per fortuna esistono i missionari e le missionarie, così almeno noi possiamo starcene tranquilli a casa senza il pensiero delle malattie o delle vaccinazioni, oppure possiamo fare le valigie, riempirle di vestiti, farmaci, 23 kg per valigia per un totale di 4 valigie da caricare sulle spalle e andare.

Il mio modo di vivere l’intercultura è quest’ultimo.

Quello che mi auguro è che dopo questo viaggio Arianna abbia aperto un po’ la mente e soprattutto il cuore all’uomo, perché anche a casa nostra esiste il diverso, non necessariamente “marroncino”, ma il sorriso e la mano tesa che possiamo offrire sempre e comunque non dovranno mai mancare dal suo modo di vivere, e vorrei che questo viaggio regalasse alla piccola Ari, la “piccola principessa missionaria” secondo Sister Francesca, la voglia e il desiderio di amare sempre e comunque, senza se e senza dubbi. 

Il mio modo di educare all’intercultura è viverla e farla vivere a mia figlia: poche parole e molte persone, persone di “altri” mondi, persone cittadine del mondo, sempre lo stesso mondo, tante “merende transculturali”, il garage pieno di scatoloni di vestiti per i profughi siriani, da riempire insieme a lei, i sacrifici economici e familiari per riuscire a partire carichi di aiuti e di entusiasmo… mia figlia mano nella mano con la piccola Anna.

La parte inizialmente difficile è stata quella di smontare pezzetto per pezzetto le idee inculcate nella mente della piccola Ari circa l’Africa e i suoi abitanti. Sicuramente senza cattiveria o consapevolezza, la paura, dettata soprattutto dall’ignoranza, ha fatto sì che alcune persone a lei vicine abbiano creato qualche preconcetto, facile da trasmettere in una mente innocente ed aperta ad accogliere qualunque cosa da coloro cui vuol bene. La speranza era che la pratica avrebbe fatto la sua parte meglio di tante parole.

Il viaggio in aereo è stato emozionante per Arianna, l’arrivo ad Addis Abeba (Nuovo Fiore) una continua sorpresa: i colori, gli odori, la confusione, la gente, il caldo, tutti “color marrone”!!!!!!!!!

La missione: nessun problema fin dall’inizio, le suore dolcissime, la stupenda capacità di adattamento dei cuccioli d’uomo come di tutti gli animali ha fatto sì che Ari si trovasse subito completamente a proprio agio nel nuovo ambiente: trovava tutto bellissimo, il cibo buonissimo, la mancanza di acqua una buona scusa per non lavarsi troppo. Inutile parlare dell’entusiasmo ad uscire dal cancello e trovare mucche e capre, la soddisfazione di suonare la campanella di avviso della colazione, pranzo e cena pronti, la gioia di raccontare le avventure della giornata a me e alle suore.

La scuola: il vero grande problema della nostra avventura africana, anche se adesso credo di aver preteso troppo da Arianna e dalla sua capacità di adattamento.

Pensavo che la scuola fosse l’ambiente ideale per integrarsi, Arianna conosceva le storie raccontate da me e dal mio compagno di molti dei bambini che ha poi frequentato in questo viaggio. Conosceva i loro volti, scherzava su di loro, aveva preparato per loro regali (colori e vestitini) che aveva messo in valigia lei stessa.

Pur essendo partita così positiva e carica di entusiasmo, l’ho vista scontrarsi con due grandi barriere: la lingua e i preconcetti, preconcetti da bambino occidentale, abituato a considerarsi al centro del mondo.

L’idea di andare a scuola e non capire cosa le dicevano la tormentava: diceva che i bambini facevano troppo rumore, che le maestre le parlavano sempre e che lei si spaventava. I primi giorni è addirittura scappata: le suore l’hanno vista prendere il suo zainetto e correre nei campi, tra il bestiame, per arrivare alla clinica dove lavoravo io.

Raccontavano questo aneddoto estremamente divertite, mi vedevano abbattuta e mi consolavano dicendomi che era assolutamente normale e che “ci vogliono alcuni mesi per capire e farsi capire in una lingua diversa, molti mesi per costruire rapporti e quando i bambini si fermano per più di un anno, poi piangono all’idea di tornare a casa”.

Ari è stata in un certo senso bravissima, ha fatto di tutto e di più per non andare a scuola, e ha raggiunto il compromesso di rimanere con gli altri bimbi fino all’ora dell’intervallo (le 10.30 circa), mentre io lavoravo in clinica. Non capiva una parola di quello che dicevano, la lasciavo con il suo quaderno di disegni da colorare, le dicevo fino a che pagina doveva arrivare, almeno da tenerla impegnata per il tempo stabilito. All’inizio le maestre erano molto apprensive e stavano sempre accanto a lei, questo stare accanto è probabilmente stato vissuto come un’oppressione. Pian pianino anche le maestre hanno allentato la presa e proprio così l’hanno conquistata: alla fine una di loro si è pure attaccata gli stickers di Ari sul telefonino e Ari ne era molto fiera.

Con il passare dei giorni il fatto di andare a scuola ha cessato di essere un dramma e  la fase di ambientamento ha cominciato a manifestarsi con una maggior capacità di Ari di stare con gli altri bimbi nonostante la difficoltà linguistica, qualche pianto iniziale, tanti disegni per la mamma, le suore, le maestre, i bimbi, disegni da guardare insieme magari, case e personaggi della sua fantasia che qualche volta sembrano diversi da quelli che disegnava prima.

La permanenza nella scuola ha fatto sì che Ari accettasse anche il contatto fisico, gli adulti sono abituati ad offrire la mano come saluto toccandosi la spalla destra in segno di rispetto, lo facevano in particolare anche con Ari che era la bambina bianca venuta a portare doni e con la mamma che lavorava in clinica, lo facevano anche le maestre ma Ari si girava dall’altra parte: è stato molto imbarazzante per me inizialmente, poi piano piano ha capito, e prima di ripartire abbracciava e baciava le maestre, anche questo un piccolo grande successo nel cammino che abbiamo intrapreso.

Il tempo libero: felicità allo stato puro, questa mi sembra la definizione più adatta dello stato d’animo di Arianna, in cucina a far da mangiare con suor Marta, giardinaggio con suor Francesca, nei campi a discutere con le mucche e le capre, a portare il pane alle galline per ringraziarle che le avevano fatto l’uovo… la frase tra le più belle che ha detto a suor Francesca quando ha scoperto che oltre alle capre, alle mucche, alle galline, aveva anche due gattini: “Ma tu hai tutto!”…

Questo è, meglio, sarebbe, il succo di questo viaggio, capire che il tutto non comprende il superfluo, che noi viviamo alla ricerca di una serie di cose assolutamente superflue, che si può essere felici nelle montagne dell’Etiopia, senza acqua, strade, televisione, coltivando solo i rapporti tra le persone. Questo in fondo è intercultura, avere la consapevolezza che esiste Altro da noi, che non possediamo la Verità Assoluta, che non siamo noi i proprietari della Vita, che esistono tante altre vite, altre scuole, altri colori, altri odori, che possono insegnarci qualcosa, che insieme, e soltanto insieme, è possibile un mondo migliore, in pace.

Arianna tornerà alla sua vita di tutti i giorni, ai vestiti belli, ai giochi, ma spero che sia stata una piccola goccia nel mare delle sue esperienze, che in fondo al cuore serbi il ricordo delle nostre litigate perché è importante condividere, essenziale dare quello che per noi è superfluo, sicuramente ricorda, perché lo ripete spesso, che se hai due biscotti uno è per chi non ne ha, questo vorrei rimanesse in lei, poi sarà la vita a farle fare delle scelte, in fondo credo che il mestiere di genitore sia quello di fornire le ali ai propri figli, a loro poi spetterà la scelta di usarle o meno.

Penso che, se tutto andrà bene, ripeteremo questa esperienza il prossimo anno, e poi ancora e poi ancora… l’Africa nella mia mente è un perfetto viatico affinché mia figlia si costruisca un mondo in cui la parola diverso non esiste, oppure un mondo in cui si intuisce che siamo davvero tutti così diversi l’uno dall’altro da rendere l’idea di diversità una banalità.

Una piccola riflessione sul tema di quando gli stranieri siamo noi: la mia esperienza in Siria e Africa è limitata, perché non mi sono trovata nella situazione di “immigrato” ma di chi portava aiuto, di chi veniva dal mondo occidentale per soccorrere popoli in difficoltà; a prescindere dalla diversa modalità di approccio umano del popolo arabo rispetto a quello africano, chiaramente la mia presenza era vista come di chi rinunciava al proprio benessere per dare una parte di sé, niente a che fare con chi invece compie viaggi infiniti per arrivare in luoghi lontani, spesso inospitali come adesso è l’Italia, senza soldi, senza lavoro, sognando un mondo che purtroppo non vuole attrezzarsi per accogliere l’altro. Direi che troppo presto ci siamo dimenticati dei racconti dei nostri nonni andati a cercare “fortuna” nelle miniere del Belgio, oltreoceano o chissà dove. Arianna probabilmente era l’unica vera straniera in questo “viaggio”, i suoi compagni l’hanno accolta come sanno fare i bambini prima di rovinarsi diventando grandi, l’hanno guardata con curiosità, così pallida, o come dicono loro più gentilmente “vaniglia”, relativamente ben vestita, molto ben nutrita rispetto a loro, in classe per loro era assolutamente normale ci fosse anche lei. Facile ricavare la morale che se riuscissimo a rimanere bambini, “fanciullini”, forse non esisterebbero neanche i Master transculturali, sarebbe molto molto più semplice.

            In questo viaggio con Arianna ho capito che il mio desiderio di crescere una figlia, i miei figli, con l’accoglienza come principio ispiratore della propria vita sarà una battaglia dura e continua, sarà una lotta contro l’ignoranza e la falsità, ci saranno tante cadute e tante riprese, so che le parole avranno un peso minimo se non accompagnate dall’esempio concreto, ho imparato che l’esperienza vale più di milioni di discorsi, ho avuto la conferma che toccare con mano apre un mondo di possibilità, altro modo non credo esista per imparare ad accogliere.

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